AUTISMO

L'autismo rappresenta il disagio della contemporaneità per eccellenza, patologia sempre più diffusa rispetto alla quale non si risparmiano dibattiti e controversie sull'eziologia nonchè sulle modalità di approccio. Ciò si traduce, a livello teorico, nell'etichetta cognitivista “disturbo della comunicazione e della socializzazione”; a livello pratico, nella dispersione di svariati sostegni (logopedia, psicomotricità, tecniche riabilitative), protocolli e certificazioni. Conseguono un mancato riconoscimento della posizione del soggetto nonchè lunghe e dispendiose peregrinazioni.

Ciò che caratterizza l'autismo è una mancanza di aggancio simbolico all'Altro: il soggetto autistico è chiuso in un mondo proprio, diffidente verso l'ambiente esterno, nel tentativo vitale di bastare a se stesso, difendendosi dall'Altro sede dell'alienazione. Dunque ecolalie, comportamenti stereotipati, ripetizioni sono modalità di maneggiamento minimale del simbolico perché, nonostante cerchi difensivamente di separarsi dall'Altro, egli non ne può fare a meno.

Penetrare questa corazza difensiva che appare imperscrutabile ed enigmatica non è impossibile ma certamente non lo si può fare attraverso metodi pseudoeducativi la cui rigidità non fa altro che relegare il soggetto in una posizione d'oggetto. La comunicazione delle persone autistiche è deposta in tracce sulla carta, in gesti, in manipolazione di oggetti, in un linguaggio quasi preverbale: è necessario offrire loro un ascolto, anche tramite una presenza silente; dedicare uno spazio e un tempo che gradualmente diverranno un posto soggettivo; creare un campo di espressione che significhi, per l'analista, ciò che percepisce del loro mondo il più esattamente possibile.

Questo è il modello operativo di ESPRESSIONE. L'analista lavora a favore di una dialettica sostenuta artificialmente, che consenta un'apertura del soggetto al legame sociale; si pone in posizione di terzo, per uscire fuori dalla dualità persecutoria implicata dalla presenza dell'Altro; attraverso il gioco fa sì che la parola, nella sua valenza di reale traumatico, diventi meno pericolosa, sostenga l'enunciazione e avvicini il soggetto al codice dell'Altro. In tal modo, quelli che sono comunemente considerati i “tratti tipici” dell'autismo diverranno, per il soggetto, qualcosa che lo rappresenti e, per le persone del suo ambiente, non un'etichetta diagnostica ma una particolare modalità di espressione soggettiva con cui potersi e sapersi relazionare.

 

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